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L'AI negli studi legali: segreto, regole e usi che reggono

Un avvocato può usare l'intelligenza artificiale, e più di uno studio legale italiano su tre lo fa già. Le condizioni sono tre: le informazioni del cliente restano coperte dal segreto professionale anche verso il fornitore dello strumento, ogni citazione viene verificata prima di finire in un atto, e dal 10 ottobre 2025 il cliente va informato dei sistemi di AI usati (legge 132/2025).

  • 36% degli studi legali italiani usa strumenti di AI (2026)
  • 1-3 anni di sospensione per la violazione del segreto professionale
  • 2.184 casi nel mondo di contenuti inventati dall'AI arrivati davanti a un giudice, 15 in Italia

In breve

  • Un avvocato può usare l'AI, ma dal 10 ottobre 2025 deve comunicare al cliente quali sistemi usa (legge 132/2025, art. 13) e può affidarle solo attività strumentali e di supporto.
  • Il segreto professionale vale anche verso i fornitori di AI: il codice deontologico forense punisce la violazione del segreto con la sospensione da uno a tre anni (art. 28).
  • Le citazioni inventate sono il rischio più concreto: un database pubblico conta 2.184 casi nel mondo in cui un giudice si è trovato davanti contenuti inventati dall'AI, 15 in Italia (ottobre 2026).
  • Nel 2026 usa strumenti di AI il 36% degli studi legali italiani, soprattutto per cercare e sintetizzare documenti (Politecnico di Milano).
  • Gli usi che reggono partono dai documenti dello studio, con la fonte accanto a ogni risposta, e passano sempre dalla verifica di un avvocato.

01 Il segreto professionale vale anche verso l'AI?

Sì. Il segreto non ha eccezioni per gli strumenti. La legge professionale forense obbliga l'avvocato alla «rigorosa osservanza del segreto professionale» e al massimo riserbo su quanto apprende assistendo il cliente, in giudizio e fuori, e ne fa un illecito disciplinare (legge 247/2012, art. 6). Il codice deontologico lo ripete all'art. 13 e lo precisa all'art. 28: il segreto copre tutte le informazioni ricevute dal cliente, dura anche dopo la fine del mandato, e l'avvocato deve farlo rispettare a dipendenti, praticanti, consulenti e collaboratori. La violazione del segreto professionale si paga con la sospensione da uno a tre anni.

Il codice forense, anche nel testo aggiornato al 2026, non ha un articolo dedicato all'AI. Non ne ha bisogno per la domanda più importante: quando un avvocato incolla un atto del cliente in un chatbot, quelle informazioni escono dallo studio e vanno a un fornitore, alle condizioni del fornitore.

La guida del Consiglio degli ordini forensi europei (CCBE), pubblicata il 2 ottobre 2025, lo dice in modo diretto: gli avvocati dovrebbero evitare di inserire dati personali, riservati o comunque relativi al cliente in uno strumento di AI generativa, «unless there are appropriate safeguards in place», a meno che non ci siano garanzie adeguate. E dovrebbero capire come il fornitore tratta i dati: se usa le richieste per addestrare il modello, se li condivide con terzi.

In pratica la differenza la fanno tre domande al fornitore. C'è un accordo sul trattamento dei dati (il DPA previsto dall'art. 28 del GDPR)? I contenuti dello studio vengono usati per addestrare i modelli? Dove vengono conservati? Se le risposte non sono scritte, i documenti dei clienti restano fuori.

02 Cosa prevede la legge 132/2025 per gli avvocati

La legge italiana sull'intelligenza artificiale, in vigore dal 10 ottobre 2025, ha un articolo per tutte le professioni intellettuali, avvocati compresi (art. 13). Dice due cose.

  1. L'AI fa solo da supporto. Serve «al solo esercizio delle attività strumentali e di supporto», con prevalenza del lavoro intellettuale oggetto della prestazione. Ricerca, sintesi, prime bozze: sì. Il parere, la strategia, la scelta di cosa scrivere in un atto: no.
  2. Il cliente va informato. Le informazioni sui sistemi di AI usati vanno comunicate al cliente «con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo», per tutelare il rapporto fiduciario. La legge non fissa un modulo: conta che il cliente capisca quali strumenti usate e per cosa. Il posto naturale è la lettera d'incarico.

La stessa legge si occupa anche dei giudici (art. 15). Quando l'AI entra nell'attività giudiziaria, ogni decisione sull'interpretazione e sull'applicazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove e sull'adozione dei provvedimenti resta sempre al magistrato; fino alla piena attuazione dell'AI Act, gli strumenti negli uffici giudiziari ordinari li autorizza il Ministero della giustizia. È la stessa idea vista dall'altra parte del banco: la macchina aiuta, decide una persona.

E c'è l'AI Act europeo: dal 2 febbraio 2025 chi usa sistemi di AI nel proprio lavoro deve adottare misure per garantire un livello sufficiente di alfabetizzazione del personale (art. 4). Il codice forense ha già i doveri di competenza (art. 14) e di aggiornamento (art. 15), e la guida del CCBE legge la competenza proprio così: comprende sapere come funziona lo strumento che si usa.

03 Le citazioni inventate: cosa è successo davanti ai giudici

Il rischio più concreto non è la fantascienza. È una sentenza che non esiste, scritta così bene da sembrare vera. Si chiama «allucinazione»: il modello produce una risposta plausibile ma falsa, per esempio un numero di sentenza, una massima, una frase attribuita a un giudice.

Il caso che ha fatto scuola è americano. Nel giugno 2023, a New York, il giudice P. Kevin Castel ha sanzionato due avvocati e il loro studio, che avevano depositato sei sentenze inesistenti generate da ChatGPT e avevano continuato a difenderle quando il tribunale ne aveva messo in dubbio l'esistenza: 5.000 dollari di sanzione in solido, e una lettera a ciascun giudice indicato falsamente come autore di quelle sentenze (Mata v. Avianca). Nella decisione il giudice scrive che non c'è niente di scorretto nell'usare uno strumento di AI affidabile, ma che le regole affidano agli avvocati un ruolo di garanzia sull'esattezza di ciò che depositano: «impose a gatekeeping role on attorneys to ensure the accuracy of their filings».

In Italia, nel marzo 2025, è successo davanti al Tribunale di Firenze, sezione imprese. In una causa su magliette che riproducevano vignette protette, una memoria difensiva citava sentenze della Cassazione che non esistevano, o che parlavano d'altro. Il difensore ha spiegato che la ricerca l'aveva fatta una collaboratrice con ChatGPT, a sua insaputa. Il tribunale ha descritto il fenomeno delle allucinazioni e ha respinto la richiesta di condanna per lite temeraria (mancavano la prova della malafede e l'indicazione di un danno), ma ha messo nero su bianco il «disvalore relativo all'omessa verifica dell'effettiva esistenza delle sentenze».

Non sono casi isolati. Il database pubblico curato da Damien Charlotin, che raccoglie le decisioni in cui un giudice ha ritenuto che una parte si fosse basata su materiale inventato dall'AI, al 10 ottobre 2026 contava 2.184 casi nel mondo, 15 dei quali in Italia.

E non è solo questione di chatbot generici. Uno studio di ricercatori di Stanford e Yale, pubblicato sul Journal of Legal Analysis, ha misurato che, su domande precise e verificabili su sentenze federali americane scelte a caso, i modelli generici sbagliavano tra il 58% (ChatGPT 4) e l'88% (Llama 2) delle volte. Un secondo studio dello stesso gruppo ha trovato errori di questo tipo tra il 17% e il 33% delle volte anche negli strumenti di ricerca giuridica con AI di LexisNexis e Thomson Reuters, che rispondono partendo da banche dati di sentenze. Meno, ma non zero.

04 Perché contano le risposte con la fonte accanto

La lezione di questi casi non è «non usate l'AI». È che una risposta senza fonte non si può controllare in tempo utile. Un numero di sentenza inventato si scopre solo andando a cercarlo, e quando l'atto è già depositato è tardi.

Le risposte ancorate ai documenti funzionano al contrario. L'AI cerca prima nei documenti che le avete dato (i pareri dello studio, gli atti, i contratti, le sentenze che avete scaricato e letto) e risponde solo con quello che ci trova, indicando per ogni affermazione il documento e la pagina. Se un'informazione non c'è, lo dice. Controllare diventa un clic: si apre la pagina citata e si legge.

Non elimina l'errore, e lo studio di Stanford lo mostra bene: anche gli strumenti costruiti così sbagliano, meno dei chatbot generici. Ma sposta il lavoro dell'avvocato da «cercare se esiste» a «leggere la pagina citata», che è comunque il controllo che spetta a lui. Ne parliamo più a fondo in perché le risposte con la fonte sono più affidabili.

05 Gli usi che reggono, e quelli da evitare

Gli studi legali che usano l'AI la usano già soprattutto per cercare e sintetizzare. Secondo l'Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano, nel 2026 il 36% degli studi legali italiani usa strumenti di AI scelti dallo studio; tra questi il 68% li usa per sintetizzare e rielaborare documenti, il 48% per analizzare atti e preparare report per i clienti, il 34% per scrivere o rivedere pareri, contratti e atti, il 34% per tradurre. Solo il 4% li usa per assistere i clienti con un chatbot. La ricerca normativa e giurisprudenziale è l'uso principale in tutte le professioni, con oltre l'80% degli studi che usano l'AI.

L'AI in uno studio legale: dove regge e cosa controlla l'avvocato
Uso Perché regge Cosa controlla l'avvocato
Cercare nei pareri e negli atti già scritti dallo studio La risposta parte da documenti che lo studio conosce e ha firmato Che il precedente interno sia ancora attuale
Partire dai modelli di contratto dello studio Le clausole sono quelle già negoziate e approvate Che il modello si adatti al caso e alla legge vigente
Rispondere alle domande del primo contatto Documenti da portare, tempi, come funziona l'incarico: informazioni dello studio, non pareri Che nessuna risposta diventi una consulenza
Bozze di lettere e diffide nello stile dello studio Tono e struttura vengono dai vostri modelli Fatti, termini, destinatario: tutto, prima della firma
Sintesi di un fascicolo voluminoso Ogni passaggio rimanda alla pagina del documento I punti decisivi, aprendo le pagine citate
Ricerca di sentenze per un atto Regge solo se la sentenza è stata aperta e letta Esistenza, numero, contenuto e pertinenza di ogni citazione

Da evitare: incollare documenti dei clienti in account personali, depositare citazioni che nessuno ha aperto, mandare un parere che nessun avvocato ha riletto, lasciare che un chatbot risponda nel merito a un cliente.

06 Come si comincia in uno studio legale

  1. Fate la mappa di cosa si usa oggi. Chi usa quale strumento, con quale account, per cosa. Senza conseguenze: serve sapere, non punire.
  2. Scegliete strumenti con un contratto. DPA firmato, contenuti che non addestrano i modelli, luogo di conservazione dei dati dichiarato. Gli account personali escono dal lavoro sui fascicoli.
  3. Aggiornate la lettera d'incarico. Poche righe chiare su quali sistemi usate e per cosa, e su chi controlla il risultato. È l'informativa che la legge 132/2025 chiede.
  4. Partite dai documenti dello studio. Modelli, pareri, atti già depositati: contengono il vostro sapere e il perimetro è facile da decidere. I fascicoli dei clienti arrivano dopo, con permessi chiari su chi vede cosa.
  5. Scrivete la regola delle citazioni. Nessuna sentenza entra in un atto se qualcuno dello studio non l'ha aperta e letta. Vale per i praticanti come per i soci.
  6. Fate formazione sui vostri casi. Venti domande vere del vostro lavoro, ognuna con una risposta buona e una sbagliata: è l'alfabetizzazione che l'AI Act chiede, e insegna a riconoscere una citazione sospetta.

È il modo in cui lavora ekory: gli Eko, gli agenti AI di ekory, leggono solo i documenti che lo studio sceglie, rispondono indicando documento e pagina, e se un'informazione non c'è lo dicono. L'archivio risiede in Europa e i vostri contenuti non addestrano i modelli. Esempi concreti nella pagina per gli studi legali; le risposte per il vostro DPO nella pagina sulla sicurezza.

07 Nota sulle fonti

Questo articolo non è consulenza legale. Riporta cosa dicono le norme, i documenti degli ordini professionali e le decisioni citate alla data del 10 ottobre 2026. Per il vostro caso serve un professionista che conosca lo studio.

  • Norme: testo vigente su Normattiva (legge 132/2025, legge 247/2012) ed EUR-Lex (AI Act, GDPR).
  • Codice deontologico forense: testo aggiornato al 2026 pubblicato dal Consiglio nazionale forense, con lo specchietto delle sanzioni.
  • Decisioni: l'ordinanza di Firenze nel testo integrale (anonimizzato) pubblicato da Diritto.it; Mata v. Avianca nel documento depositato presso il tribunale federale di New York. Altre decisioni italiane circolano nelle riviste giuridiche: citiamo solo quelle di cui abbiamo letto il testo.
  • Conteggio dei casi: database di Damien Charlotin al 10 ottobre 2026; cresce ogni settimana e comprende alcuni casi in cui l'uso dell'AI è solo sospettato.
  • Dati sugli studi: Politecnico di Milano, 2 luglio 2026; le percentuali per uso si riferiscono agli studi che usano l'AI. Il sommario indica una forbice tra il 37% e il 47% tra le professioni, il dettaglio il 36% per gli studi legali: riportiamo il dettaglio.

Domande frequenti

L'avvocato deve informare il cliente se usa l'intelligenza artificiale?

Sì. Dal 10 ottobre 2025 l'art. 13 della legge 132/2025 chiede a tutti i professionisti di comunicare al cliente le informazioni sui sistemi di AI che usano, con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo. La legge non fissa un modulo: il posto naturale è la lettera d'incarico.

Usare ChatGPT viola il segreto professionale?

Dipende da cosa ci mettete e a quali condizioni. Il segreto copre tutte le informazioni del cliente (codice deontologico forense, art. 28), e la guida del CCBE raccomanda di non inserire dati del cliente in uno strumento di AI generativa senza garanzie adeguate. Senza un accordo sul trattamento dei dati e senza la certezza che i contenuti non addestrino i modelli, i documenti dei clienti restano fuori.

Cosa rischia un avvocato che cita sentenze inventate dall'AI?

Dipende dal caso. A Firenze, nel 2025, il tribunale ha escluso la condanna per lite temeraria perché mancavano malafede e danno, ma ha sottolineato il disvalore della mancata verifica. A New York, nel 2023, due avvocati e il loro studio sono stati sanzionati con 5.000 dollari. In ogni caso è l'avvocato che risponde di ciò che deposita.

Il codice deontologico forense ha regole sull'intelligenza artificiale?

Non un articolo dedicato, nemmeno nel testo aggiornato al 2026. Valgono le regole che ci sono: segreto e riservatezza (artt. 13 e 28), competenza (art. 14), aggiornamento (art. 15). La violazione del segreto professionale comporta la sospensione da uno a tre anni.

Quanti studi legali usano l'AI in Italia?

Secondo l'Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano, nel 2026 usa strumenti di AI scelti dallo studio il 36% degli studi legali. La usano soprattutto per cercare e sintetizzare documenti; solo il 4% la usa per assistere i clienti con un chatbot.

I giudici possono usare l'intelligenza artificiale?

Sì, ma la legge 132/2025 (art. 15) riserva sempre al magistrato ogni decisione sull'interpretazione e sull'applicazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove e sull'adozione dei provvedimenti. Fino alla piena attuazione dell'AI Act, gli strumenti negli uffici giudiziari ordinari sono autorizzati dal Ministero della giustizia.

Fonti

  1. Legge 23 settembre 2025, n. 132, art. 13 (professioni intellettuali), Normattiva, 2025.
  2. Legge 23 settembre 2025, n. 132, art. 15 (attività giudiziaria), Normattiva, 2025.
  3. Legge 31 dicembre 2012, n. 247, art. 6 (segreto professionale), Normattiva.
  4. Codice deontologico forense, testo aggiornato al 2026 con le sanzioni, Consiglio Nazionale Forense, 2026.
  5. CCBE guide on the use of generative AI by lawyers, Consiglio degli ordini forensi europei (CCBE), 2 ottobre 2025.
  6. Tribunale di Firenze, Sezione Imprese, ordinanza nel procedimento di reclamo n. 11053/2024 R.G., marzo 2025 (testo anonimizzato pubblicato da Diritto.it).
  7. Mata v. Avianca, Inc., No. 22-cv-1461 (PKC), Opinion and Order on Sanctions, U.S. District Court for the Southern District of New York, 22 giugno 2023.
  8. AI Hallucination Cases database, Damien Charlotin, consultato il 10 ottobre 2026.
  9. Dahl, Magesh, Suzgun, Ho, Large Legal Fictions: Profiling Legal Hallucinations in Large Language Models, Journal of Legal Analysis 16(1), 2024.
  10. Magesh, Surani, Dahl, Suzgun, Manning, Ho, Hallucination-Free? Assessing the Reliability of Leading AI Legal Research Tools, 2024.
  11. La spesa ICT degli studi professionali in Italia supera i 2 miliardi, Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale, Politecnico di Milano, 2 luglio 2026.
  12. Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), artt. 4 e 113, EUR-Lex, 2024.
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